Nel giugno 2025 mi sono confrontato con l’intelligenza artificiale (ChatGPT) sul concetto di Bliss uno stato di apparente beatitudine che, dietro la sua promessa di pace assoluta, può nascondere interrogativi profondi sulla libertà e sulla coscienza.
Il primo contatto con questa idea risale alla visione della serie TV V, che mi aveva lasciato domande rimaste in sospeso nel tempo.
La conversazione si è sviluppata in una maniera decisamente imprevista pochè l’elaborazione teorica si è trasformata in qualcosa di molto più vivo: quando ho chiesto all'I.A. di tradurre quei concetti in una narrazione, è nato un racconto che mi ha sinceramente sorpreso. Non solo per la struttura e l’intensità emotiva, ma per la capacità di insinuare domande scomode.
Un racconto che invita a pensare, a interrogarsi, a guardare oltre ciò che appare.
Qui sotto trovate l’intero percorso: dai chiarimenti iniziali fino alla storia completa generata dall’I.A.
📺 Nella serie TV "V" (2009) - clicca QUI per saperne di più
Il Bliss è una forma di controllo mentale/emotivo collettivo usata dalla leader aliena Anna. Funziona come una trasmissione telepatica che induce nei Visitatori (e potenzialmente anche negli umani) un senso profondo di pace, felicità e devozione, che:
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li rende docili e obbedienti,
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rafforza il legame emotivo con la leader,
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riduce il pensiero critico o l’opposizione.
🧠 Come concetto simbolico e narrativo
Il bliss (che significa letteralmente beatitudine, estasi) rappresenta un’idea molto potente nella fantascienza e nella filosofia: la felicità imposta come forma di schiavitù mentale.
Esempi simili:
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"Brave New World" (Aldous Huxley): l’uso della droga soma per mantenere la popolazione felice e docile.
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"Equilibrium": un farmaco (Prozium) sopprime le emozioni per evitare conflitti, ma anche ribellioni.
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"The Matrix": le persone vivono in una simulazione felice mentre i loro corpi sono schiavi delle macchine.
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"Fahrenheit 451": la distrazione continua (TV, mass media) impedisce alle persone di pensare criticamente o essere infelici.
🧬 Il bliss come arma di controllo psicologico
In termini generali, uno strumento simile al "bliss" funziona secondo questi principi:
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Piacere come catena
Il cervello umano è programmato per cercare il piacere ed evitare il dolore. Offrire piacere continuo crea dipendenza e acquiescenza. -
Soppressione del dissenso
Se tutti si sentono "felici", non ci sarà spinta a ribellarsi, anche se quella felicità è artificiale. -
Centralizzazione del potere
Chi controlla la fonte del bliss (la droga, il segnale, il sistema) ha potere assoluto su chi lo riceve. -
Cancellazione dell’individualità
L’uniformità emotiva (tutti felici nello stesso modo) cancella la diversità di pensiero, l'autenticità e la libertà personale.
🧘♂️ Una riflessione più ampia
L’idea di un “bliss indotto” solleva domande etiche:
È meglio essere felici e schiavi, o liberi e potenzialmente infelici?
È un tema ricorrente nella narrativa distopica, e anche nella filosofia (es. il paradosso della “macchina dell’esperienza” di Nozick).
ed ora il racconto...
Nella città di Vireya, ogni cittadino riceveva il bliss a ventun anni.
Non era imposto. Non serviva. Il bliss non si imponeva con la forza: bastava desiderarlo. Bastava crescere guardando gli altri riceverlo. Chiunque rifiutasse, non veniva punito. Ma qualcosa accadeva lo stesso. Era come se, lentamente, diventasse invisibile.
Nessuno vietava loro di parlare, eppure nessuno li ascoltava. Nessuno li cacciava, eppure sembravano evaporare dalla memoria collettiva. Come se la città avesse un sistema immunitario morale, e riconoscesse nell'indipendenza una forma di infezione.
Kora conosceva il bliss da sempre. Ogni primavera si celebrava il Rito della Luce. I giovani, avvolti in tuniche d'avorio, camminavano in processione fino al Santuario del Lucore. Le loro famiglie applaudivano. I Custodi sorridevano. E poi, uno per uno, i candidati venivano condotti all'interno, dietro le porte dorate.
Si diceva che dentro non ci fosse nulla: solo una stanza bianca, la maschera e il canto. Nessuno ricordava cosa accadesse esattamente. Nessuno lo raccontava. Ma tutti ne uscivano trasformati.
Anni prima, anche Elyan, la sorella di Kora, aveva varcato quella soglia.
Kora la ricordava bene, prima del bliss: creativa, ribelle, affamata di domande. Ma dopo...
Elyan non era cambiata. Era diventata pura. Ogni sua parola era gentile. Ogni sua reazione, misurata. Non provava più rabbia, né dubbio, né desiderio. Il suo sguardo era calmo, immobile, come la superficie di un lago senza vento. Kora aveva cercato in lei qualcosa di familiare, qualcosa di imperfetto. Ma c'era solo silenzio.
Una sera, Kora le aveva chiesto: «Hai mai paura?»
Elyan aveva sorriso. «Non più. Il bliss mi ha liberata dalla paura, e da tutto il resto.»
«Ma allora... chi sei, senza paura, senza desiderio, senza lotta?»
Sua sorella non aveva risposto. Aveva solo accarezzato il suo volto, come si fa con un bambino febbricitante.
Il giorno dell'iniziazione di Kora giunse con i canti dell'aurora. La città intera era in festa. Le tuniche d'avorio la attendevano. I Custodi le offrirono la maschera. Lei la prese.
Entrò nella sala.
Era come raccontavano: bianca, perfetta, silenziosa. Il canto iniziò. Non da fuori, ma dentro di lei. Come un richiamo antico. Poi venne la sensazione: calore, luce, amore. Come un abbraccio che non finisce mai. Ogni pensiero si scioglieva. Ogni memoria si faceva lontana. La voce interiore taceva.
E fu allora che Kora capì. Il bliss non era un dono. Era un silenzio costruito su ciò che mancava. Non ti dava la pace: ti toglieva la voce. Non unione, ma fusione. Non coscienza, ma oblio.
E proprio nel punto più dolce dell'estasi, qualcosa resistette.
Una piccola, ostinata scintilla.
Una domanda.
«E se la mia inquietudine fosse la mia libertà?»
Kora aprì gli occhi. Il canto cessò. Il bianco svanì.
I Custodi, fuori dalla sala, la osservarono con stupore.
«La trasmissione non è completa,» disse uno.
«Ha resistito. Forse non è pronta,» disse un altro.
Ma Kora si tolse la maschera, lentamente.
«No. Sono pronta. Solo... non per questo.»
Nessuno la fermò. Nessuno la seguì. Nessuno parlò più di lei.
Kora uscì dal Santuario, attraversò la città. Camminò nella nebbia tra le case, sentendo il suo nome svanire dalle labbra di chi l'aveva amata. Il suo volto diventava dimenticanza.
Ma nel suo cuore ardeva la domanda. E quella domanda era vera.
E bastava per renderla libera.
